
Gli indicatori di affidabilità fiscale (ISA) rischiano di essere utilizzati in modo distorto, tornando di fatto a ricoprire il ruolo che avevano i vecchi studi di settore: uno strumento di accertamento induttivo del reddito. Rispetto agli studi di settore, nati per stimare i ricavi presunti sulla base di parametri statistici, gli ISA, introdotti nel 2017, avrebbero dovuto segnare una svolta.
“Secondo diverse segnalazioni, alcuni uffici dell’Agenzia delle Entrate, infatti – evidenzia Rosa Santoriello, consigliera d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – starebbero notificando schemi di atto ai contribuenti con punteggi ISA bassi, contestando antieconomicità sulla base di scostamenti minimi rispetto ai ricarichi medi di settore, senza fornire documentazione di supporto né aprire un reale confronto. Ignorando, di fatto, le garanzie del nuovo contraddittorio preventivo previsto dallo Statuto del Contribuente. Una prassi che, secondo la Corte di Cassazione è illegittima. Le presunzioni derivanti da strumenti parametrici acquistano valore solo dopo un effettivo contraddittorio con il contribuente, pena la nullità dell’accertamento. Anche la giurisprudenza successiva – prosegue Santoriello – ha chiarito che una semplice differenza di margine rispetto alla media di settore non basta a fondare un maggior reddito d’impresa in presenza di scritture contabili regolari, salvo casi di abnormità o irragionevolezza”.
L’impressione, osservano gli esperti, è che si stia assistendo a un uso improprio degli ISA per incrementare il numero delle verifiche e spingere i contribuenti verso un’adesione “forzata” alle contestazioni.