Separazione fittizia per sfuggire alle tasse

La frode scoperta anche tramite i social media

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La convivenza tra coniugi, seppur formalmente separati, può essere un elemento rilevante per configurare il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte.
È quanto emerge dalla lettura della sentenza n.8529/2025 della Corte di Cassazione che ha confermato la condanna per il reato previsto dall’art. 11 del D.Lgs. n. 74/2000 inflitta dalla Corte d’Appello di Torino nei confronti di due ex coniugi. Gli imputati sono stati quindi condannati al pagamento delle spese processuali e di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende.

“I Supremi Giudici hanno chiarito che la separazione tra i due sarebbe stata solo un espediente per occultare beni e rendere inefficace la riscossione coattiva da parte dell’Amministrazione finanziaria. Nel caso in esame infatti – ha sottolineato Guido Rosignoli, vicepresidente della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – i due ex coniugi, secondo i Giudici di merito, hanno compiuto atti fraudolenti su beni mobili e immobili, ostacolando il recupero di imposte sui redditi, IVA e relative sanzioni”.

Secondo la Corte d’Appello di Torino, vi erano numerosi elementi che dimostravano la continuità della vita coniugale tra i due imputati, rendendo fraudolenta la loro separazione. Tra questi, le tempistiche sospette, il ruolo dell’ex marito, le prove social, le testimonianze e i pedinamenti.

“Gli Ermellini hanno ritenuto coerente la ricostruzione dei giudici di merito, confermando la frode ai danni dell’Erario. La separazione e il divorzio – prosegue Rosignoli – sono stati considerati strumenti fraudolenti per sottrarre il patrimonio alle pretese fiscali”.