
La semplice sottrazione di beni dal patrimonio aziendale non è sufficiente a integrare il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale prefallimentare, in quanto è necessario che l’atto distrattivo sia concretamente idoneo a pregiudicare le ragioni dei creditori. Lo ribadisce la Corte di Cassazione con la sentenza n.22383/2025, accogliendo il ricorso presentato da un imputato condannato in appello per distrazione di beni prima della dichiarazione di fallimento.
“I Supremi Giudici hanno chiarito che il reato contestato è un reato di pericolo concreto, non astratto. Pertanto – spiega Michela Benna, consigliera d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – l’atto di depauperamento del patrimonio sociale deve essere oggettivamente idoneo a compromettere la garanzia patrimoniale poste a tutela dei creditori, e tale pericolo deve persistere fino all’apertura della procedura fallimentare”.
Nella sentenza, la Suprema Corte ha ricordato che la giurisprudenza di legittimità ha elaborato una teoria degli indici di fraudolenza, utili a valutare la sussistenza dell’elemento oggettivo del reato e del dolo generico. “Tra questi indicatori figurano la condizione economico-finanziaria dell’impresa al momento della distrazione, la connessione tra l’atto distrattivo e le cointeressenze personali dell’amministratore e – conclude Benna – la non riconducibilità dell’atto a scelte imprenditoriali ragionevoli”.
Di conseguenza, non tutte le sottrazioni di beni sono di per sé penalmente rilevanti, ma va dimostrato che l’atto ha determinato un effettivo pregiudizio alla garanzia patrimoniale dei creditori.