
La Suprema Corte di Cassazione ha ribadito un principio chiave in materia di reati tributari: il prestanome non può invocare l’ignoranza o l’amicizia come scusante. Anche chi accetta un incarico di facciata, senza gestire concretamente la contabilità o verificare i documenti aziendali, può essere condannato per dichiarazione infedele.
Il dolo specifico richiesto dal reato — spiega la Corte — è compatibile con il dolo eventuale, ovvero l’accettazione consapevole del rischio che la dichiarazione non sia veritiera e comporti un’evasione fiscale. “Chi assume un ruolo apicale in un’azienda, anche per mera amicizia o convenienza, accetta il rischio che la dichiarazione non sia corretta. In materia di frode fiscale – evidenzia Rosa Santoriello, consigliera d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – il dolo specifico si intreccia con il dolo eventuale: non serve la volontà diretta di evadere, basta accettare il rischio che ciò accada”.
In altri termini, la carica formale comporta responsabilità sostanziale: chi firma dichiarazioni, bilanci o documenti contabili senza verificarli “fa propria” la possibilità di un illecito, e risponde penalmente del suo comportamento omissivo.
Un altro punto chiave ribadito dalla Corte riguarda il ruolo del professionista fiscale. “La delega a un consulente – conclude Santoriello – non esonera l’amministratore dalle proprie responsabilità. Chi ricopre ruoli apicali deve comunque verificare i documenti principali e accertarsi che le operazioni non presentino profili di irregolarità”.
In sintesi, l’ombrello dell’incoscienza non protegge chi accetta una carica amministrativa solo per compiacenza.