Il reato di esercizio abusivo della professione

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguarda l’attività forense

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Con la sentenza n.18734/2025, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per esercizio abusivo della professione inflitta dalla Corte d’Appello di Milano a un uomo che, pur privo di abilitazione, aveva assunto incarichi professionali remunerati da una società.

“Nel caso in esame, la difesa dell’imputato aveva cercato di ridimensionare i fatti, sostenendo che si trattasse solo di una ‘difesa di facciata’ mai formalizzata attraverso procura alle liti, e che al massimo si potesse ipotizzare una truffa, non un esercizio abusivo. La Suprema Corte ha però respinto in toto questa linea – sottolinea Salvatore Baldino, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – richiamando quanto stabilito dalla legge professionale forense, ovvero che la consulenza legale e l’assistenza extragiudiziale, se collegate all’attività giudiziaria e svolte in modo strutturato, sono riservate agli iscritti all’albo degli avvocati”.

“Per gli Ermellini, poco importa che non sia stata formalmente conferita una procura – prosegue Baldino – quello che conta è la natura dell’attività svolta. E nel caso in esame, la Corte d’Appello aveva correttamente rilevato che l’imputato aveva fornito consulenze in modo sistematico e professionale, con l’obiettivo di incidere su un contenzioso giudiziario già in atto o comunque imminente”.

Infine, ha richiamato un orientamento consolidato anche in sede civile: l’assistenza legale extragiudiziale collegata a un procedimento può consistere anche solo nella fase preparatoria o in quella mirata a una transazione, senza che sia necessario un intervento diretto in giudizio.