
Con l’ordinanza n. 25049/2025, la Suprema Corte ha stabilito che il giudice tributario non può limitarsi a verificare la presenza formale dell’autorizzazione del Procuratore della Repubblica, ma deve anche accertare la sostanza: ossia l’esistenza e la correttezza giuridica dei “gravi indizi di violazioni tributarie” che hanno giustificato l’ingresso nell’abitazione o nello studio del contribuente.
“Secondo il principio, quando l’autorizzazione del Procuratore è motivata ‘per relationem’ tributari – evidenzia Felice Colonna, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – l’Amministrazione deve produrre in giudizio non solo il decreto ma anche la richiesta che lo ha originato. In caso contrario, il provvedimento autorizzatorio e di riflesso l’atto impositivo che su di esso si fonda, è nulla. Nella vicenda esaminata – conclude Colonna – i giudici regionali non avevano accertato l’effettiva destinazione degli immobili oggetto di accesso né verificato se l’autorizzazione contenesse concreti elementi a sostegno dei sospetti di violazioni tributarie”.